Sport e responsabilità giuridiche.

 

 

Nell’ambito dell’attività sportiva ciascun atleta è responsabile del danno ingiusto ad altri cagionato, secondo i normali principi previsti dalla responsabilità aquiliana, escluso il caso in cui si possa riconoscere l’esistenza della c.d. scriminante sportiva.

In giurisprudenza l’orientamento maggioritario ha recepito la tesi volta ad affermare, in base ad un procedimento analogico in bonam partem con le cause di giustificazione codificate, l’esistenza di una scriminante non codificata, quella dell’esercizio dell’attività sportiva, la quale consentirebbe, entro l’area del c.d. rischio consentito, di escludere l’antigiuridicità di una condotta lesiva dell’integrità fisica altrui per difetto di danno sociale.

Da ultimo si segnala la pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, Sez. V,  N°11991 del 28.11.2016:

In tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva che implichi l’uso della forza fisica e il contrasto tra avversari (come nel caso del calcio), l’area del rischio consentito è delimitata dal rispetto delle regole tecniche del gioco, la violazione delle quali, peraltro, va valutata in concreto, con riferimento all’elemento psicologico dell’agente il cui comportamento può essere pur nel travalicamento di quelle regole la colposa, involontaria evoluzione dell’azione fisica legittimamente esplicata o, al contrario, la consapevole e dolosa intenzione di ledere l’avversario approfittando della circostanza del gioco. Per l’effetto, non è applicabile la scriminante del rischio consentito qualora nel corso di un incontro di calcio, terminata l’azione di gioco con l’impossessamento del pallone da parte del portiere, che si era gettato in terra per difenderlo, gli imputati lo abbiano colpito più volte, di gran lunga esorbitando dal rispetto delle regole del gioco, denotandosi così, dal loro concreto e ripetuto agire violento, l’elemento intenzionale del reato di lesioni volontarie“.

“La scriminante atipica del rischio consentito non è applicabile qualora, nel corso di un incontro di calcio, l’imputato colpisca l’avversario con un pugno al di fuori di un’azione ordinaria di gioco, trattandosi di un’aggressione fisica intenzionale, per ragioni avulse dalla dinamica sportiva”.

Il contenuto del rischio sportivo ammesso dalla scriminante non codificata deve necessariamente tener conto del grado di violenza fisica ammesso dalle regole tecniche delle varie discipline, di guisa che il giudizio di sussunzione della fattispecie concreta all’interno della scriminante sportiva è il frutto di una valutazione ermeneutica che necessariamente dovrà tener conto delle caratteristiche di ogni singola disciplina e del regolamento sportivo di riferimento.

Secondo i pronunciamenti della Suprema Corte non sussiste il collegamento funzionale tra gioco ed evento lesivo tutte le volte in cui  l’azione di gioco sia caratterizzata di una tale durezza capace di rivelare che l’agente abbia previsto l’evento lesivo come conseguenza della propria azione; 2) l’azione di gioco si sostanzia in una condotta che lede principio della lealtà sportiva; 3) la condotta esula dai canoni di comune cautela; 4) lo svolgimento di una competizione sportiva rappresenta solo la sede occasionale per l’esercizio di un atto di violenza fisica, lesivo dell’altrui incolumità personale.

Si rivela particolarmente esemplificativa la massima qui seguito riportata:

“Rientra nel cosiddetto “rischio consentito”, coperto dalla scriminante “atipica” dell’attività sportiva, la condotta del giocatore che, durante una partita di calcio, in un frangente di gioco particolarmente intenso (gli ultimi minuti dell’incontro), in un incontro rilevante per il girone del campionato di eccellenza, nel tentativo di interrompere regolarmente un’azione in contropiede di un giocatore avversario, con l’intenzione di impossessarsi del pallone, mal calcolando la tempistica dell’intervento, invece che cogliere il pallone, aveva finito con il colpire la gamba dell’avversario, che già aveva allungato la sfera in avanti, così da provocargli lesioni gravi, consistite nella fattura della tibia sinistra. Una tale condotta, infatti, deve trovare censura intranea all’ordinamento sportivo, per la realizzatasi violazione delle regole del gioco, mentre non si è in presenza di una violenza trasmodante, inidonea ex ante a perseguire lo scopo sportivo” (Cass. Sez. IV, 26.11.2015 N°9559).

È opinione dell’autore che la condotta sportiva che abbia provocato una lesione fisica non sia fonte di responsabilità tutte le volte in cui risulti logicamente funzionale al conseguimento di un risultato sportivo, mentre la medesima sarà causa di responsabilità civile ogni qual volta si riveli avulsa dal contesto di gioco, per non avere alcun addentellato logico-funzionale con un ipotetico risultato sportivo utile da conseguire, ovvero si ponga al di fuori di ogni necessità connessa agli obiettivi di gioco.

In conclusione possiamo dire che la concreta valutazione della condotta deve essere effettuata caso per caso, differenziando il giudizio in base al tipo di sport praticato, all’importanza della competizione sportiva, al contesto di gioco, al concreto risultato sportivo avuto di mira dall’autore della condotta dannosa e alla tipicità della  stessa rispetto alla prassi sportiva di riferimento.

A cura di Cristian Baiocchi

 

 

 

 

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